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QUESTO
ARTICOLO E' TRATTO DAL SITO DELLA DIOCESI DI PATTI www.diocesipatti.it
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1. Un iter durato venti
anni |
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Venti anni
sono piccolissima cosa nella misura cosmica del tempo e anche nel cammino del
genere umano. Sono, tuttavia, uno spazio assai significativo nella vita di una
persona e di una comunità.
Quando poi,
come nell'ultimo secolo, il passo della storia sembra essersi fatto più veloce,
venti anni possono contenere cambiamenti di grandissima portata, nella geografia
politica e religiosa come anche nei modi di sentire e negli scenari culturali.
È infatti di un ventennio lo spazio temporale tra l’impegno assunto dal
Vescovo Carmelo Ferraro nel gennaio 1985, visitando la comunità di
Sant’Opolo-Murmari, e la inaugurazione della chiesa di San Paolo con la solenne
liturgia di dedicazione di domenica 19 settembre 2004, presieduta da mons.
Ignazio Zambito, Vescovo di Patti. Se è vero che le oltre
quattrocentocinquanta chiese che costellano il territorio dei Nebrodi hanno un
rapporto peculiare ed inscindibile con borgate, paesi e rioni, è altrettanto
vero che ogni tempio è specchio, memoria, enigma, che sintetizza il travaglio e
la storia di ogni singola comunità.
Tempi di
pietre, di colonne e pilastri, di navate, absidi e volte, di voci e silenzi, di
ombre e luci intrisi di mistero.
Tempi che si
elevano maestosi, come bussola di valori, sopra le case e il tessuto viario,
pronti a significare il senso del vivere a servizio degli ultimi. Edifici
sacri che riassumono in sé, con le tensioni della fede, le idealità della
bellezza. Anche qui, a Librizzi, nella minuscola borgata di Sant’Opolo, il
tempio di San Paolo si erge tra gli ulivi ed i tetti, per porsi come icona di
splendore ed invito a guardare con stupore, con gratitudine e amore, al Signore
della vita e della storia. In questo angolo di terra, variamente segnata da
avventure e legami, la Diocesi di Patti dà oggi concreta risposta alle esigenze
sociali e religiose, consegnando questo tempio arricchito di opere d’arte che
comunicano emozione e stupiscono per dignità, decoro e bellezza. Il primo
tassello è posto nel dicembre 1999, acquistando con una spesa globale di oltre
Lire 15.000.000 dall’Amministrazione comunale di Librizzi un appezzamento di
terreno, esteso mq. 840, proveniente da una precedente procedura
espropriativa. L’area acquistata è situata in zona centrale rispetto alle
abitazioni della contrada. Tuttavia la morfologia del lotto non è delle più
favorevoli. Il terreno infatti è posto in forte pendenza rispetto al piano
stradale e si rende necessario prevedere notevoli spese per lo sbancamento e per
i muri di sostegno. Il complesso iter è affidato dal Vescovo, nel gennaio
2000, all’Ufficio Tecnico della Curia di Patti (direttore: sac. Basilio Scalisi;
tecnici: ing. Francesco Ingrassia, arch. Franco Brancatelli; arch. Rosario
Fonti, geol. Rosario Segreto). Gli elaborati progettuali, redatti in conformità
alle norme della Conferenza Episcopale Italiana per la nuova edilizia di culto,
alle indicazioni dell’Ordinario Diocesano, al regolamento edilizio vigente nel
comune di Librizzi e alle disposizioni riguardanti le costruzioni in zone
sismiche, vengono completati nel maggio 2000. Il progetto è immediatamente
presentato alla C. E.I. per essere ammesso all’unico finanziamento possibile e
cioè quello proveniente dall’otto per mille dell’Irpef. Su richiesta della
Commissione centrale, nel giugno 2002, vengono apportate alcune modifiche al
progetto originario. È del 15 gennaio 2003 la lettera del Presidente della
Conferenza Episcopale Italiana, con la quale si comunica al Vescovo di Patti
l’approvazione ed il finanziamento dei lavori per € 366.000. Nel contempo la
Diocesi Patti assume l’impegno di integrare la spesa globale con proprie
economie. Ottenute le successive autorizzazioni di legge, la Ditta Eurofer
Costruzioni s.r.l. di Brolo (direttore tecnico: geom. Franco Fasolo; tecnici
collaboratori: geom. Francesco Spurio e geom. Giuseppe Spurio), il 3 aprile
2003, inizia i lavori. Mons. Vescovo, il successivo 5 aprile, benedice il
cantiere e la prima pietra, su cui è scolpita la scritta “Cristo, pietra
angolare”. A fine agosto 2004 tutte le opere progettuali sono complete e
Mons. Vescovo con decreto del 1° settembre 2004 ne approva la corrispondenza
alle direttive liturgiche e fissa la solenne liturgia di dedicazione per
domenica 19 settembre 2004. Primo tempio nella Diocesi di Patti ad essere
titolato all’apostolo San Paolo, la chiesa si qualifica, oltre che per
l’impianto architettonico, per le opere d’arte contemporanea che esso
contiene. Nel progetto originario, tali opere, se si eccettuano quelle
dell’area presbiteriale in pietra locale, non sono previste soprattutto per
contenere i costi di costruzione. Tuttavia, nelle fasi di progressione dei
lavori della chiesa, il Vescovo e la commissione tecnica diocesana che
soprintende ai lavori maturano la convinzione che, per rendere completa la
fruibilità liturgica della nuova chiesa, siano opportune la realizzazione e la
collocazione nell’aula liturgica di alcune opere d’arte particolarmente
significative, tenuto conto fra l’altro che, come detto, l’edificio sacro è la
prima chiesa in Diocesi ad essere titolata all’Apostolo delle genti. La
volontà è quella di dare concretezza con linguaggio attuale al tema della
Redenzione, oggetto centrale della predicazione dell’apostolo Paolo. Pertanto,
piuttosto che lasciare spazi nell’aula per successive eventuali improvvide
iniziative, nel gennaio 2003 si decide la realizzazione del progetto
iconografico, affidandosi alla forza espressiva della pittura
contemporanea. Tale compito viene affidato al prof. Franco Nocera, titolare
della cattedra di pittura all’Accademia di Belle Arti di Palermo, artista fra i
maggiori in Sicilia ed autore delle grandi vetrate del Santuario di Tindari, il
cui linguaggio astratto informale affascina i visitatori. Nocera, dopo
approfonditi colloqui con vescovo e teologi, dopo intensi e personali studi, in
otto mesi realizza le opere che oggi ammiriamo nella chiesa di San Paolo e
cioè: a) Il trittico, su supporto ligneo in multistrato marino di mm 20
(spessore) composto da 15 sezioni, delle dimensioni globali di metri 10
(larghezza) x 7 (altezza), che campeggia nella parete absidale dell’aula
liturgica. La grande superficie lignea è dipinta con tecnica ad olio e
l’inserimento di tecniche miste, tra cui foglio d’oro 18 carati. Domina il
quadro centrale la figura di Paolo. Il pittore lo rappresenta con l’energia
tipica dell’apostolo mentre addita la Croce, segno e strumento della Redenzione.
Nel riquadro di destra è rappresentata la Trasfigurazione; in quello di
sinistra, la Maternità di Maria. b) Soprastante il trittico, al centro della
parete absidale, è posta la Croce lignea, assemblata in tronchi di castagno
stagionato e dipinta con inserimenti cromatici aurei. Le dimensioni sono: metri
3,50 (altezza asse centrale); mt 1,60 (lunghezza globale dei bracci della
croce). c) Le cinque vetrate artistiche, poste sulle due pareti laterali e
sulla facciata principale, che realizzano attraverso la luce le condizioni
essenziali per completare la meditazione e conducono il fedele in un’atmosfera
contemplativa. La preziosa policromia e le ricchezze decorative donano alla
chiesa un respiro d’eternità. Attraverso i vetri traslucidi, la luce filtrata
diventa manifestazione di Dio. La trasposizione in vetro dei bozzetti del
maestro Nocera, eseguita nei laboratori di Italo Peresson a Milano, è prodigio
di tecnica che rinnova la sapienza dei maestri gotici. È preceduta dalla scelta
delle lastre vitree, prodotte dalla “Verrerie de Saint-Just” (Saint-Gobain,
vitrage) in Francia esclusivamente per la ditta Peresson, che lavora, taglia e
ricompone i vetri. Vetri di multiforme bellezza: soffiati a bocca, spessi tre o
cinque millimetri. Non appartengono alla tipologia “cattedrale” di qualità
modesta e uso commerciale. Sono unici. Di essi non esistono due lastre simili.
Ogni pezzo è determinato da una irrepetibile miscela di colori minerali, timbri,
modulazioni, ritmi che ne formano il carattere. Il magma interno non è univoco.
Si struttura di 5, 8, 11, 13 gradazioni cromatiche ed è mosso da soffi che danno
vita a onde, fasce e macchie. Sono detti «bariolés» questi vetri, cui è
consustanziale il colore che brilla di trasparenze fisiche e metafisiche. A
presiedere l’intera operazione tecnica è il maestro Italo Peresson, uno dei più
noti vetratisti del secondo Novecento, già professore all’Accademia Carrara di
Bergamo e collaboratore di Léger, Man Ray, Longaretti, Latapie, Funi, Sassu, di
cui ne interpreta il genio. Per la realizzazione del trittico e della croce
dipinta hanno dato valida collaborazione al maestro Nocera: Serena La Scola,
Giovanni Vassallo, Pietro Di Noto, Arturo Aronica. Completano l’arredo
dell’aula liturgica le opere in pietra locale, eseguite con perizia da Antonino
Furnari di Patti con la consulenza della figlia arch. Patrizia: altare, ambone,
fonte battesimale, tabernacolo, acquasantiera. Il costo complessivo della
costruzione della chiesa, della singolare croce-campanile e delle opere
iconografiche e di arredo è di € 600.000,00. Un ruolo significativo, oltre
alle persone e ditte sopra indicate, va attribuito alle maestranze e agli operai
della ditta Eurofer che hanno contribuito con laboriosità, passione e perizia
alla realizzazione di questa chiesa: Giovanni Ceraolo (capo cantiere), Basilio
Ceraolo, Basilio Ridolfo, Gianni Ridolfo, Antonino Ridolfo, Angelo Ridolfo,
Claudio Pizzuto, Sebastiano Messina, Davide Brigandì, Nunziato Ricciardo,
Salvatore Ricciardo. È pure doveroso indicare anche coloro che hanno fornito
materiali di buona fattura e prestazioni a regola d’arte: Edilnova (laterizi e
ferro); Cannizzo Costruzioni (conglomerato cementizio); Di Luca Cardillo Carmelo
(opere in ferro); Belbruno Giovanni (opere in alluminio e vetri); Bertolone
Calogero Salvatore (impianti elettrici); Fratelli Raffaele Addamo (opere di
impermeabilizzazione); Ditta Essegi di Scirocco e Gugliotta (infissi e porte in
legno); Ditta De. Ar. pitturazione di Arasi Francesco (opere di
tinteggiatura). Per l’arredo che notiamo in chiesa è doveroso ringraziare:
sac. Vincenzo Vitanza, parroco della Parrocchia Sacro Cuore di S. Agata
Militello (banchi in legno); sac. Antonino Gregorio, rettore del Santuario di
Tindari (artistico confessionale e sedie); sac. Salvatore Miracola, parroco
della Parrocchia S. Nicolò di San Marco d’Alunzio (preziosa campana in bronzo);
sig. Lorenzo Piparo (stemmi in marmo); sac. Franco Pisciotta, parroco della
Parrocchia S. Ippolito di Patti (casse acustiche e microfoni per impianto di
amplificazione); anonimi (calice e patena in argento dorato, casula ricamata in
oro); ditta Caleca (vasi in ceramica artistica). Gli altri arredi sono stati
acquistati con le offerte della comunità, raccolte dal Comitato della contrada
(Carmelina Allegrezza, Davide Brigandì, Tanina Raffaele, Gino Saitta, Mariella
Todaro, Marco Stefano, Nino Saitta, A. Maria Mondio, Giusy Cafarelli, Gianluca
Giuffrè). Le opere di sistemazione esterna, di arredo urbano e di restauro
dei banchi sono state finanziate dall’Amministrazione Comunale di Librizzi
(Sindaco: dott. Antonino Siragusano). Ad essi e alle tante altre persone che
hanno dato con generosità il loro articolato contributo vadano ringraziamento
e gratitudine. Tuttavia, la storia vitale di questo lembo dei Nebrodi non è
finita con la realizzazione del tempio. Storia che è tutta ancora da scrivere,
pur con lentezza e fatica, nella consapevolezza che tutto è grazia, tutto è
dono. Non vi è dubbio che la comunità di Sant’Opolo-Murmari saprà essere
carica di vitalità e capace di slanci dinamici ancora più intensi e di segnare
tracce indelebili e coinvolgenti.
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2. La valenza
iconografica | |
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L’idea
di arricchire di pregiate opere d’arte la chiesa di San Paolo a Librizzi nasce
dalla singolare sensibilità di mons. Ignazio Zambito, che guarda all’arte come
al canale privilegiato attraverso il quale l’umano si avvicina al trascendente,
specialmente in una chiesa, luogo privilegiato per destinazione alla
contemplazione del divino. Egli, pur intuendo la difficoltà di esprimere il
sacro attraverso l’arte contemporanea, sente profondamente il desiderio di
guidare i fedeli alla comprensione del senso estetico e teologico del
mistero. Il Vescovo si rende interprete della bellezza del tempio di Dio ed,
al contempo, interprete del linguaggio liturgico, animato com’è dalla
consapevolezza della funzione soteriologica del sacro finalizzata a celebrare la
potenza di Dio. Sotto questo profilo, egli, in questi cinque lustri di ministero
episcopale, è promotore di audaci progetti quali il restauro della Nigra sum di
Tindari, la realizzazione delle grandi vetrate del Santuario di Tindari eseguite
da Franco Nocera in occasione del Giubileo del 2000. Così, nel gennaio 2004,
ancora una volta, commissiona al maestro Nocera l’intera decorazione degli spazi
della nuova chiesa di Librizzi per abbellirli con la ricchezza di opere che
rendano più eloquente e profondo il senso della celebrazione eucaristica.
Al lavoro progettuale del Vescovo si affianca la preziosa collaborazione di
Don Basilio Scalisi acuto osservatore e curatore di importanti eventi artistici,
gestiti con fine intuito e competenza. La fiducia e l’attenzione poste nei
confronti del maestro Nocera si rivelano ancora una volta straordinarie poiché
l’artista sa abbracciare come pochi il tema del Sacro. Tema che si rivela così
congeniale alla sua sensibilità estetica, che, nell’interpretare i testi delle
Sacre Scritture, le soluzioni trovate creano un’atmosfera di rara e stupefacente
suggestione.
A) La Croce gemmata A chi entra nella nuova
chiesa di S Paolo e volge lo sguardo verso l’altare, appare, nella sua
maestosità, la croce dipinta. Sospesa in alto, davanti alla pala, essa
costituisce un’unità armonica con l’immenso dipinto retrostante. Attraverso
l’arte, l’autore penetra il mondo spirituale e celebra il mistero di Cristo con
un’opera singolare dal profondo ed intenso significato. È alquanto complesso
esprimere con il linguaggio pittorico la "modernità" della croce, metafora del
dolore umano, ma ciò che Nocera realizza è in grado di avvicinare il divino
all’umano e coinvolgere sensibilmente l’osservatore. L’artista rappresenta il
dramma della morte ed, al contempo, l’imporsi della vita con i simboli della
venuta gloriosa di Cristo. La croce gemmata, "signum victoriæ", testimonia come
essa non sia un umile legno ma il “luogo” della Vita Appesa. Non vi è
rappresentato il corpo, ma il pathos, la sofferenza, l’estremo sacrificio che
divengono presenze reali, tali da sconvolgere l’anima. C’è una sintesi di
verità, bontà e bellezza posta al di sopra dello spazio e del tempo. Attraverso
dei simboli, come tracce indelebili di morte e resurrezione, l’opera acquista un
respiro d’eternità. È sorprendente il modo in cui è reso vivo il sangue versato,
tinto di viola intenso lungo l’asse e di rosso scarlatto attorno ai chiodi. La
croce, emanazione ed identità di un amore immenso ed eterno, trova nello
strumento del martirio il simbolo della sua grandezza. L’opera nasce da
un’intima visione e da una personalissima contemplazione di spazi interiori,
sostenute da un’approfondita conoscenza teologica ed ascetica. È in essa la
grande intuizione di riuscire a coniugare in un unico simbolo la tradizione
orientale ed occidentale. L’incrocio dei bracci diviene per questo il luogo di
unione profonda tra i due mondi religiosi. Il monogramma φως ζωή, luce-vita,
derivante dalla cultura cristiana dell’Asia Minore è circondato dalle gemme di
chiara matrice occidentale. Luce, vita, oscurità e morte vivono sullo stesso
piano, sottolineando come il Risorto non abbandoni il Crocifisso, ma lo ponga
come evento salvifico, supremo segno della potenza di Dio. Qui, Nocera si fa
interprete di una fede radicata nel proprio essere che ritrova nell’infinita
bellezza della croce il suo corrispettivo simultaneo. Egli celebra la vittoria,
ma ne sottolinea anche il lato umano della sofferenza e
dell’umiliazione. L’iscrizione I.N.R.I., infissa al di sopra del capo di
Cristo, è il marchio incancellabile dell’odio e dell’ingiustizia del mondo.
Tracciata con quel rosso ancora pulsante, è indice di una esecuzione tanto
crudele quanto spietata. Questa elevazione rende ancora più evidente lo strazio
per una morte annunciata, la sofferenza di colui che ha rinunciato al proprio io
per annullare il debito dell’umanità. Eppure una forza immensa e misteriosa
spinge l’uomo oltre la morte rendendo il “legno” strumento di salvezza. In modo
enigmatico il supremo dono di sé trascina e travolge la parte più profonda
dell’interiorità umana, ed al contempo, infonde la speranza della redenzione e
della vita eterna. Una luce surreale si sprigiona attraverso la striscia dorata
che nasce dal centro e scorre per tutto l’asse. L’oro incide il viola
irradiandolo di un bagliore sovrannaturale. Le tessere musive,
spiritualizzazione totale del sangue dell’uomo, realizzano la grazia che rivela
l’amore come destino di salvezza, verso il quale tutti possono
accedere. L’incontro tra Dio e l’uomo è un’esperienza intima, mistica che
coinvolge la parte più impenetrabile dell’essere in cui "intelletto, volontà e
sentimento - scrive San Tommaso - non sono ancora facoltà distinte" L’Uomo trasforma l’uomo. Il mistero della
rivelazione contempla un amore incorruttibile, sublime ed ineffabile. È impeto
travolgente che necessita del martirio per rivelare la sua incontenibile forza
ed invadere il creato. Eppure la vittima dell’espiazione dei peccati, il
condannato, non condanna la fragilità ma perdona, trasforma il legno della croce
in strumento di riconciliazione che effonde il dono dello Spirito. Dunque la
luce, di cui l’artista si serve per far risplendere la sua opera, diviene luogo
da cui scaturisce la vita divina. Nel suo essere raffigurazione drammatica, nel
rappresentare la "durezza dell’abbandono", essa diviene celebrazione della
vittoria, “crux invicta”, che necessita della sofferenza redentrice di
Cristo. Nocera tinge d’oro anche i chiodi, segni del supplizio, racchiudendo
in essi le realtà opposte, eppur complementari, del cielo e della terra, della
morte e della resurrezione. Raffigura l’istante e l’eterno, l’angoscia della
solitudine e la fede in un amore più grande, l’incarnazione del Verbo e la sua
glorificazione. Si ha la percezione di un sottile chiarore, di un respiro che
vibra nel segreto, di un’intima e personale conoscenza dei misteri della
rivelazione secondo una nuova sintesi creativa. Il misterioso messaggio si
crea attraverso un’opera poetica e si rivela specchio di un sentire, un
intendere, un percepire il dogma non esprimibile con la parola. Il maestro si
accosta alla profondità dell’uomo con una conoscenza legata ad una particolare
sensibilità. Questa aderisce e risuona nella sua croce come un’espressione
musicale, una melodia che diviene soffio divino. Dall’alto essa s’impone agli
occhi del fedele quasi a volerlo accogliere con le sue grandi braccia ed esprime
il consumarsi e l’affermarsi della presenza salvifica. La sua essenza accetta la
sofferenza, adempiendo al destino presente nelle Sacre Scritture. Bisognava che
il Cristo percorresse i sentieri umilianti del dolore e sperimentasse la
debolezza per affermare la potenza della Resurrezione. L’incrocio dei bracci
diviene centro della creazione. Le quattro tessere d’oro, preziosi microcosmi,
assumono la valenza dei quattro punti cardinali: gli evangelisti. Pietre
fondamentali del messaggio evangelico, impressi nella croce, non la abbandonano
e divengono espressioni diversificate di un unico mistero. Si riveste d’oro
anche l’immagine della Trinità. Posta ai piedi della croce, offre salvezza. Il
mistero trinitario, complessa raffigurazione, rivela il Padre attraverso il
Figlio incarnato e trasmette, per mezzo dello Spirito, la sua parola, dando
testimonianza di un amore totale. È qui che Nocera intuisce il dono di grazia
che trascende la comprensione sottolineando l’universale volontà salvifica. La
grazia incoraggia, attrae, esorta il cuore dell’uomo a partecipare al dialogo
con Dio, ma non lo costringe perché egli è libero. L’inesprimibile si affida
alla voce dell’eterno e ci rende partecipi della sua esperienza di
comunione. La croce, opera perfettamente compiuta, non si risolve nel mistero
dell’opera stessa, ma riassume in sé il dono dello Spirito che Cristo ogni
giorno rinnova.
B) La pala d’altare Dietro la croce, a
rivestire quasi interamente la parete absidale, s’impone, nella sua grandezza,
l’immensa pala. Anche quest’opera rivela la profonda contemplazione del mistero.
Osservando da sinistra si rivive il momento più struggente della Passione: la
deposizione del corpo. Come guardare al dolore? Con che occhi contemplarlo?
Se gli occhi sono lo specchio dell’anima e riflettono i sentimenti, lo sguardo
può immergersi ed entrare nel profondo. Ecco che Nocera racconta lo strazio di
un’umanità quasi dimenticata da Dio, l’angoscia, la solitudine e
l’incomprensione del mondo. Il grido di dolore risuona oltre il tempo, la
desolazione dell’anima viene impressa nei corpi e nei volti. L’occhio, medium
dello Spirito, ha il potere di guardare la morte in faccia nella sua più gelida
concretezza. L’artista la ritrae scegliendo vibrazioni chiaroscurali, contrasti
tra luce ed ombra, accentuando la convulsa agonia e la deformazione che il
corpo assume nel manifestare il dolore. I personaggi dipinti sono figure
allungate, immerse in un’atmosfera silenziosa e lacerante al tempo
stesso. Già dall’alto colpisce lo strazio degli occhi senza sguardo dell’uomo
che si abbandona sul legno con braccia smisuratamente grandi. È difficile
per la nostra natura, incerta e vacillante, affrontare l’oscura visione della
morte. Le tinte forti del blu notte, del rosso e del verde scuro, memori
dell’espressionismo europeo, accentuano lo smarrimento totale di coloro che,
attoniti, rimangono col capo chino. Si respira un alito di memoria quasi
seicentesca nella disposizione della scena che riporta a Pontormo ed a Rosso
Fiorentino, mentre si rivela giottesca nello slancio delle braccia della
Maddalena. Qui l’artista concentra l’attimo di maggior sgomento. La figura
della donna conferisce al dipinto un dinamismo ed un’agitazione estrema in
quell’urlo che è un chiaro segno di rifiuto. È lei che, più di tutti, non
accetta l’onta di un’esecuzione ingiusta e spietata. Il suo grido risuona oltre
il dipinto e raggiunge i luoghi più nascosti della profondità dell’anima.
L’abito della donna, rivestito di passione, è intriso di rosso scarlatto, come
il sangue che ancora scorre dalle ferite del corpo deposto. La debolezza,
l’insufficienza, l’impotenza dell’uomo di fronte all’evento sconvolgente
superano i limiti di ogni comprensione possibile. La figura di Maria, di
colei che sola vive il dramma interiore di non poter aiutare il proprio figlio,
incarna la dignità e la forza che nascono dalla debolezza. Attraverso
l’afflizione, Dio agisce e manifesta la sua potenza per elevare l’uomo. L’opera
raggiunge la pienezza del suo significato nell’angoscia composta della madre che
regge il figlio consapevole del suo sacrificio necessario. A lei, creatura
prescelta, si richiede la più grande ed eroica prova di fede. C’è nel volto
assente, nella resistenza istintiva, nell’oscurità del manto in cui è avvolta,
un’impenetrabile solitudine ed una profonda amarezza. Lo sguardo immerso in una
quiete apparente rivive il ricordo delle parole profetiche pronunciate da
Simeone: "E anche a te una spada trafiggerà l’anima". Queste sembrano
riecheggiare con suprema eloquenza e con forza penetrante in tutto il dipinto
dove il verde scuro accentua la tremenda sensazione di vuoto. Mentre il dolore
di Maria è sorretto da una fede illuminata e da una conoscenza superiore che le
permettono di affrontare la morte redentrice del figlio, lo sconforto totale
coglie le pie donne e Giuseppe d’Arimatea. Quest’ultimo rimane escluso,
immobile, raccolto nel più cupo dolore. Il suo gemito, la rassegnazione assoluta
protendono ed invadono la lunghezza di tutta la figura. In alto, anche gli
angeli partecipano al dolore del mondo in un cielo sofferente per una morte così
violenta. Ma è il Cristo, fulcro del dipinto, il centro dell’immane
tragedia. Il corpo immobile giace abbandonato, sorretto solo dal pianto della
madre. Nel momento estremo, anch’egli "Uomo", è solo, investito da un ritaglio
di luce, che abbaglia l’oscurità della notte. Nocera rappresenta il corpo
umiliato ed offeso con una singolare partecipazione emotiva che diviene
contemplazione. Egli ritrae l’Uomo nell’eterna contraddizione della paura e
della volontà di donarsi. Le profonde ferite, sanguinanti, i segni graffianti
trafiggono la carne e urlano il dolore del mondo. In qualsiasi luogo della terra
ed in qualunque tempo della storia l’umanità inconsapevole diviene vittima della
sua stessa assurda ferocia. Sul volto del Cristo si legge il dramma amaro di
chi cerca Dio e crede di essere stato abbandonato al proprio destino. Le labbra
semichiuse invocano il Padre e gli occhi suadenti ed intensi, pur non vedendo
più, comunicano la pena. Piaghe grondanti di sangue non lasciano nemmeno un
brandello di pelle intatta e mostrano tutta la malvagità e la miseria dei
carnefici. Eppure il volto non è contratto; nonostante l’apparente
sconfitta, è dolce e soave. L’ultima parola non è per il peccato, ma per il
perdono. È qui che va ricercata la vera ragione della speranza cristiana, ciò
che rivela il senso della vita e della storia anche con i suoi fallimenti. Il
ritratto è testimonianza della forza del male verso lo stesso figlio di Dio, per
sua natura assolutamente innocente e libero. Ma tramite lui, Dio uccide la morte
e restituisce l’identità al Figlio abbandonato.
Nella parte centrale
della pala risplende San Paolo Figura enigmatica del Nuovo Testamento,
affascinante autore ispirato e mistico, a lui viene dedicata la chiesa. Sapere
che l’Apostolo delle genti ha condiviso la natura umana, i suoi doni, ma ha
anche sofferto la povertà, la debolezza, l’aridità dell’anima, è qualcosa che
incoraggia e lo rende più accessibile. Nocera lo dipinge in tutta la sua
concretezza di uomo. Paolo fa parte di coloro che Dio sceglie e di cui si serve
per trasmettere la sua parola, proprio lui che si definisce "bestemmiatore e
persecutore violento" (1Tm 1,13). Paolo di Tarso è irruente fino
all’aggressività, ostinato fino alla durezza. É in piedi, in cammino, vestito
di tinte accese dai forti contrasti del blu e del rosso; afferma la sua
complessa e singolare personalità in perenne contrasto tra umanità e regalità.
L’immagine incarna l’unione degli opposti, interpreta la trasformazione assoluta
e rivela come i progetti di Dio siano segreti ed incomprensibili. Paolo ne vive
il mistero con drammatica intensità. Dopo una vita segnata dalla
tribolazione, dall’angoscia, dalla persecuzione nei confronti di Cristo, sulla
via di Damasco diviene il protagonista di un avvenimento straordinario: il suo
corpo e la sua anima sono improvvisamente travolti dalla potenza redentrice. Con
la gioia nell’animo trova Cristo, lascia l’effimero per l’eterno. Nel suo
cammino Paolo non è solo. La sua parola e il suo gesto sconvolgono ed esortano
ogni uomo a partecipare al miracolo della croce. La sua conversione e l’impegno
morale divengono ascesi cristiana. Azione divina ed umana si compenetrano
nell’attualità del suo messaggio. In lui il credente rivive il percorso di
perfezione e ne intuisce la suprema verità. A Nocera il compito di ricreare
parola ed immagine per svelare l’anima, per restituire la sua personale ricerca
verso l’uomo di Tarso. Paolo è vivo, presente in uno spazio reale e
simbolico oltre la temporalità. É l’uomo moderno che nella contemplazione del
mistero sperimenta l’amore che supera ogni conoscenza. L’artista riflette
l’esperienza mistica raggiunta dall’apostolo e rappresenta in maniera singolare
l’irradiazione visibile del Dio invisibile. Questa invade l’uomo trasformato in
Paolo rendendolo nuovo, con una fede che è offerta totale del proprio essere.
Colui che volutamente ha respinto il Cristo ora è investito dalla grazia e
trasforma l’impulsività in tenacia, la volontà di potere in stupore di fronte
alla gratuità del dono. Il lupo feroce, l’uomo che ha assistito al martirio
di Stefano, è diventato ardente discepolo. Il persecutore si ritrova credente.
L’anima purificata comunica attraverso gli occhi. Lo sguardo intenso e
carismatico abbraccia la potenza dello Spirito ed annuncia il mistero di
salvezza, il volto trasfigurato incarna la bellezza di Dio. Paolo, prima di
essere santo, è soprattutto uomo e come tale ha lasciato i segni del suo
cammino. Le lettere, esperienza di salvezza e contemplazione mistica, guidano
alla conoscenza di Dio Padre ed avvicinano alla sua volontà. É consapevole
di essere illuminato, la sua è una percezione di verità ed amore che ne invade
la vita. La sua grandezza sta nel fatto che egli non si limita a trasmettere la
parola, ma vivendola sperimentalmente testimonia come essa diventi profonda e
vissuta. La misericordia di Dio è una fiamma che arde e si diffonde dovunque
egli svolga la sua missione, in Siria, in Macedonia, in Grecia, a Creta sino a
concludersi a Roma. Le lettere di Paolo sono trafitte dalla spada, il prezzo
da scontare per la propria conversione. Egli sperimenta nel corpo e nell’anima
la passione. La morte, evento tragico e necessario, gli appartiene. Intraprende
i sentieri del dolore e dell’umiliazione, sperimenta la debolezza e la
prostrazione della carne, l’impotenza, l’insufficienza dovuta ai propri limiti,
conosce l’assalto della paura nel sopportare flagellazioni, lapidazioni,
prigionie. Nocera racconta la crudeltà e la violenza della sua condanna.
Mostra tutta la ferocia nel corpo capovolto segnato dalla mortificazione.
Immerso in un verde cupo trasmette sgomento e, mentre il sangue scorre,
contamina e trasforma l’ostilità verso Dio. Il carnefice ha spezzato il corpo,
ma non ne ha mutilato l’anima. La forza interiore di Paolo risiede nel pensiero.
Nella solitudine, nel tormentato stato di abbandono, sa di non essere solo ma,
unito a Chi prima di lui ha sofferto le stesse angosce, non è turbato dalla
morte. Nel suo volto è tangibile lo splendore della grazia. Paolo, portavoce
del mistero di salvezza, deve attraversare un trauma violento per passare
dall’incredulità alla fede, dall’odio all’amore. Deve affrontare dolorosi
patimenti per trasformarsi nel più grande missionario di tutti i tempi.
L’attualità del messaggio di Paolo benedicente trapassa i secoli.
Nell’unione con Cristo, nell’ascoltare la voce dello Spirito, la fede condiziona
l’esistenza, ne determina l’avvenire ed afferma l’universale volontà salvifica.
Insieme a Pietro, depositario di un amore assoluto, non distoglie lo sguardo
dall’uomo e la sua misteriosa potenza rifiuta il compromesso e trascina verso le
realtà nascoste dello Spirito.
La Trasfigurazione Nella
splendida pala conclude la trilogia il tema della Trasfigurazione. L’evento
soprannaturale non appare come semplice racconto, ma assume valore esemplare. È
un tripudio di luce incantevole e sublime. L’artista ne dà una personale
visione, seguendo una particolare vivacità creativa. Egli ripercorre ed
interpreta i sentimenti e gli stati d’animo di Gesù, degli Apostoli e dello
stesso Padre nell’intima unione di spirito, cuore e mente. L’immagine riempie
gli occhi e penetra l’anima di chi guarda. Il modo in cui si celebra la
prefigurazione della realtà futura, morte e resurrezione, indica la conoscenza
del significato della trasfigurazione come fatto storico e momento fondante
della conversione. Cristo si intravede attraverso la trasparenza della carne
e lo splendore della sua potenza. Il volto e le vesti diventano fulgore
irradiante. Il bianco ed il giallo si espandono per tutto il dipinto quasi a
voler uscire a contaminare il mondo. Ciò che accade sul monte Tabor è sublime
e straordinario. Gli stessi protagonisti difficilmente reggono la vista
dell’aspetto definitivo di Cristo. Su di lui la gloria di Dio si emana
dall’interno. Nocera ritrae il volto bellissimo illuminato e brillante: "il suo
volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come luce”. Ciò che
effonde non è luce riflessa ma propria. L’intuizione e la sensibilità
dell’artista rendono l’estasi quasi palpabile. La sostanza di Cristo invade e
travolge i prescelti davanti ai quali decide di trasfigurarsi. Pietro,
Giacomo e Giovanni incarnano le dimensioni della solitudine, del silenzio, della
lontananza da tutto, condizioni essenziali per accedere al mistero. La presenza
di una costante tensione non provoca angoscia. Stupore, meraviglia, rapimento
sottolineano la forte esperienza mistica. Gli apostoli si inginocchiano in
atteggiamento di adorazione e di trepidante umiltà. Tutto è frutto di un solo
istante: l’immagine appare chiara, gloriosa maestà generatrice di perfezione.
Grazie al maestro, in quest’ultima parte, si entra in contatto col misticismo
più profondo e totale. L’anima penetra la materia e capta l’energia suprema
armonizzando cielo e terra. Quasi a placare l’inquietudine, l’artista si
affaccia al dogma nella ricerca di perfezione ed introspezione continua.
Nell’inesauribile bisogno di rinnovamento e di sperimentazione, egli attinge
alle tradizioni pittoriche del passato per coniugarle con intuizioni e
rielaborazioni proprie. Le forme, i colori, i gesti descrivono un’inquieta
interiorità. Nella solitudine, nell’imbattersi in sé stesso, nell’oscurità del
proprio essere, anche l’artista cerca Dio. L’Invisibile, l’Impenetrabile,
l’Inaccessibile da un punto di vista umano si manifesta presenza ed essenza di
luce, principio di perfezione e completezza. Nella sommità invasa d’azzurro
i tratti di un volto impalpabile, all’interno di una spirale onirica, schiudono
momento per momento il mistero della bellezza. Perfetto nella composizione
estetica, apparentemente distante dall’uomo, Dio è la forza spirituale che
governa l’ordine del mondo nella dimensione umana, cosmica e divina. Questa,
come un soffio, accoglie, avvolge, protegge e fissa il principio della
creazione. L’essenza del Padre circonfuso di luce diviene significante
dell’eterno e riforma il tempo dell’uomo. Il viso senza corpo si ricompone
inoltrandosi nel vento e nelle nubi. L’eco delle parole pronunciate riecheggia
per tutto il dipinto. Il blu e il bianco stesi con gestualità energica fissano
la tensione spirituale e inducono alla dimensione della fede. Il desiderio di
rinascita, il bisogno di elevazione e il mero senso della contemplazione
ridonano valore alla vita, la svelano e la trasformano attraverso
l’arte.
C) Le vetrate Nel varcare la soglia della chiesa, si
lascia il mondo umano per ritrovarsi illuminati da intensi raggi
vivificanti. Ideate da Nocera ed eseguite a Milano, le vetrate realizzano
attraverso la luce le condizioni essenziali per completare la meditazione e
conducono il fedele in un’atmosfera contemplativa. La preziosa policromia e le
ricchezze decorative donano alla chiesa un respiro d’eternità. Attraverso i
vetri traslucidi, la luce filtrata diventa manifestazione di Dio. È
difficile descrivere le impressioni, le sensazioni, le percezioni di fronte ad
un simile spettacolo. Per accostarsi al mistero divino e scrutarne il
significato più nascosto, l’artista realizza un’opera unica ed inedita ma la
rende più accessibile al credente. Nella progettualità, nella precisione di
ogni dettaglio, il sentimento estetico non viene meno. Il luogo sacro trionfa di
luce. I blu cobalto, i rossi, i gialli, l’ambra, i verdi accentuano il senso
del profondo e si riempiono di eloquente significato. Attraverso i volti degli
angeli il corso ciclico della vita costantemente si rinnova. Gli occhi,
energia attiva, forza interiore ed empireo scintillante, scrutano oltre il vetro
ed abbracciano con lo sguardo i fedeli. Nella controfacciata s’inserisce la
figura perfetta del cerchio. Collegato alla volta celeste infinita ed eterna,
esprime la fiamma generatrice di ogni forma di vita. È esaltazione del mondo
superiore, è luce che trionfa sul buio. L’artista accorcia la distanza tra
umano e divino. Sublima la materia, la innalza, dialoga con l’universalità e
l’eterno, precisando il luogo della Parola. Una musica, frutto dell’armonia
di forme e colori, filtra attraverso piccole finestre ed unisce segretamente,
secondando l’adorazione dello Spirito. Lo splendore divino evoca l’origine
della luce umana. Fede e ragione divengono unica realtà: la profondità
dell’uomo, ricolma di Dio, esulta nello Spirito. |
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Silvia
Scarpulla |
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I testi riportati sono ripresi dalla
pubblicazione "La Chiesa di San Paolo a Librizzi. Icona di splendore tra i
Nebrodi", (a cura di Basilio Scalisi) edito dalla Diocesi di Patti,
Settembre 2004 |
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