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Antonino Collurafi, figlio di Sebastiano, nacque nel 1585 a Librizzi1), piccolo centro a pochi chilometri da Patti.
A quell'epoca il paese era arroccato tutto sul cucuzzolo di uno di quei colli degradanti del Monte dei Saraceni che domina la fertile vallata del fiume Timeto. Le case erano, e sono ancora, aggrappate tutte attorno alla chiesa di San Michele costruita sul luogo dove in epoca medievale sorgeva una torre a guardia
appunto di quel tratto di valle che va da San Piero fino al mare. Era in atto allora quel processo di dilatazione del tessuto topografico, per crescita demografica e per esigenze pratiche, che culminerà, a completamento di quella parte del paese sorto oltre l'antica cinta muraria, con la costruzione di una seconda chiesa dedicata alla Madonna della Catena.
Crescita demografica straordinaria quella di Librizzi tra il Cinque ed il Seicento: nel giro di meno di un secolo il numero degli abitanti sarà quadruplicato. Sotto Carlo V i Librizzesi erano
appena 343, nel 1595 si contavano 802 anime e verso il 1650 c'erano 417 case con
1567 abitanti2).
Dai documenti pubblicati dal Garufi sappiamo che nel 1575 a Librizzi stazionavano ben 17
familiari3). In tutto il Val Demone solo Messina con 40 familiari e Nicosia con 20 superavano la forza del Sant'Uffizio
presente in questo minuscolo paese. La stessa Patti contava 16 familiari e
Milazzo appena 124).Una così massiccia presenza di "sbirri", visto che nessun librizzese o abitante dei paesi vicini ebbe mai la sfortuna di cadere nelle grinfie del Sant'Uffizio, resta ancora oggi storicamente inspiegabile.
Non c'entra sicuramente la posizione strategica del sito e la presenza di così alto numero di familiari non può nemmeno
essere spiegata dal fatto che vescovo di Patti dal 1549 al 1568 era stato quel Bartolomeo II Sebastiani, beneficiale della chiesa di Benalcazar nella diocesi di Cordova che, oltre ad essere canonico della Metropolitana di Palermo, fu anche presidente del parlamento e per un certo periodo l'inquisitore più tristemente famoso del Sant'Uffizio nel regno di Sicilia.
Inspiegabile resta anche la improvvisa riduzione dei familiari che a distanza di due anni, nel 1577, erano soltanto 7: numero sempre elevato se si pensa che in un paese vicino come Raccuja, con una popolazione doppia, vi erano soltanto due familiari5).
La presenza di tanti familiari non potrebbe essere nemmeno messa in relazione con i continui contrasti tra Librizzesi e vescovo per i beni appartenenti alla mensa vescovile.
Contrasti, lotte, disubbidienze che valsero agli abitanti il soprannome di "formicole rosse" con il quale ancora oggi vengono indicati da quelli dei paesi vicini.
Questi contrasti erano iniziati sin da quando, con la venuta dei Normanni, il conte Ruggero decretava nel 1094 la
fondazione in Patti del monastero e del tempio del SS. Salvatore, affidandolo all'abate di Lipari, Ambrogio, e dotandolo di molti beni sparsi in tutta la Sicilia, tra cui il territorio di Librizzi.
Ma già dopo pochi anni, nel 1117, i Librizzesi protestavano presso l'abate Ambrogio per essere sgravati di alcuni dei gravosissimi servizi ai quali erano sottoposti.
Ed Ambrogio, dopo aver sentito i suoi monaci, concede che "essi ed i loro figli debbano servire il monastero per 1 settimana [al mese] e lavorare per sè 3 settimane. E quei terrazzani si tengono così alleggeriti, che, sponte propria
- almeno così c'è scritto nei
documenti conservati nell' Archivio della Cattedrale di Patti
- stabiliscono di lavorare in più per il monastero: 40 giorni per la semina,
arando la terra coi propri buoi, una giornata nella raccolta delle messi, e tre
nelle vigne o altrove, dove vi fosse il bisogno"6).
I contrasti si erano protratti attraverso i secoli sino all'epoca di cui ci stiamo occupando, richiedendo addirittura l'intervento del pontefice: su istanza del vescovo di Patti Antonino I Marinto, da Compostella in Spagna, Papa Pio V nell'anno 1567 "fulminava" scomunica contro i detentori dei beni appartenenti alla mensa vescovile di
Patti). I reprobi Librizzesi non si piegavano nemmeno di fronte alla seconda scomunica lanciata dallo stesso papa nell'anno 1571 tanto che il nuovo vescovo di Patti, il palermitano Giliberto Hisfar et Corillas, "appena giunto alla sede richiamò in vigore
tutti i diritti della mensa vescovile sulle terre di Gioiosa, Librizzi e SS. Salvatore. Furono loro intimate le scomuniche contro essi lanciate dal Sommo Pontefice Pio V all'epoca del suo predecessore Marinto... "
8). Proprio per aver avuto a signore il vescovo di Patti, Librizzi non ebbe mai famiglie di nobile casato, ed i suoi abitanti sono sempre stati esclusivamente piccoli agricoltori, contadini, artigiani, gente di umile condizione..."
1. Librizis dell' Arezio, Libriccum del Goltzio, Libricium del Maurolico, Libritium del Pirri e del Carafa, Brizzi o Brizi di altri.
2. Vito Amico, Dizionario Topografico della Sicilia, tradotto e annotato da G. Di Marzo, Palermo, 1855, I, pp. 600-601.
3. Soldati del Sant'Uffizio.
4. Carlo Alberto Garufi, Patti e personaggi dell'Inquisizione in Sicilia, Palermo 1978, p. 311.
5. c.A. Oarufi, op. cit., p. 314
6. O.c. Sciacca, Patti e l'amministrazione del comune nel Medio Evo, Palermo 1907, p.15.
7. Nicola Oiardina, Patti e la cronaca del suo vescovato, Siena 1888, p. 130.
8. Nicola Oiardina, op. cit., p. 131
9. O.E. Ortolani, Biografia degli uomini illustri della Sicilia, Tomo III, Napoli 1821, alla voce, a cura del cav. Pasquale Panvini.
(tratto
da "Antonino Collurafi IV centenario dalla nascita" saggio introduttivo di Tindaro Gatani, La Bottega di Hefesto,1986
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